Scrittura inclusiva: a cavallo tra Sapir-Whorf e nudging.Tempo di lettura stimato: 6 min.

Si chiama “Scrittura Inclusiva” ed è un tema sul quale alcuni si sentono femministi, altri un po’ meno. Di certo c’è che tutti, a riguardo, si sentono un po’ linguisti.
A sollevare la questione, e un po’ di polemiche, è stata l’agenzia di comunicazione francese Mots-Clés che ha pubblicato un “Manuale di scrittura inclusiva” ovvero una breve guida grammaticale per far passare l’uguaglianza di genere attraverso il linguaggio che utilizziamo tutti i giorni.

Il nocciolo della questione può essere riassunto, come afferma Mots-Clés, con le parole di Michel Focault secondo il quale a parlare non è l’essere umano, bensì la parola stessa. Questo spostamento del “potere” dal parlante verso il discorso dona alla parola un valore più grande:

la parola non è un semplice strumento attraverso il quale si esercita l’influenza bensì il luogo stesso dell’influenza.

Per questo motivo il nostro modo di esprimerci rappresenterebbe l’evoluzione della società in cui viviamo essendo il veicolo tramite il quale costruiamo, perpetuiamo e rafforziamo gli stereotipi.

Alcune accortezze.
Le regole proposte da Mots-Clés sono poche e chiare e mirano a voler rendere la lingua francese più attenta alla discriminazione di genere seguendo tre filoni principali: declinare il sostantivo anche al femminile per indicare le professioni, laddove necessario; evitare di usare parole come “homme” e “femme”, sostituendoli con termini neutri e sovvertire la regola per la quale, laddove aggettivi o participi passati siano riferiti a un elenco di sostantivi di genere diverso, esso prenderebbe necessariamente la forma plurale, però al maschile (“Sara, Carla e Marco non sono ancora partiti”, “Giulia e Francesco sono simpatici”). Questa regola della predominanza del maschile nella lingua francese nasce proprio da un’imposizione (Lo possiamo dire? Lo diciamo, un po’ prescrittivista e maschilista). Nel 1651, infatti, si decise che «Parce que le genre masculin est le plus noble, il prévaut seul contre deux ou plusieurs féminins, quoiqu’ils soient plus proches de leur adjectif» (Dato che il genere maschile è il più nobile, esso prevale, anche da solo, contro due o più femminili, anche se questi ultimi si trovano più vicini all’aggettivo a cui si riferiscono),

Maschile e femminile
Infine, Mots-Clés prevede l’utilizzo di un piccolo espediente grafico, le point médian, ovvero un piccolo punto centrato verticalmente [·] che andrebbe usato per mettere a disposizione dei·lle lettori·rici le desinenze in ambo i generi.
Certamente alcuni espedienti, grafici e non, per rendere un testo il più gender-neutral possibile esistevano già: qualcun* utilizza gli asterischi in modo tale che tutti* possano sentirsi inclus* nel discorso senza la necessità di utilizzare delle poco estetiche barrette che per altri/e potrebbero risultare un impedimento a una lettura scorrevole.
Allora da dove nasce tuttta questa confusione? Perché i·le cittadini·e francesi sono di colpo così perplessi·e? Probabilmente a creare più scompiglio di quanto non si volesse fare inizialmente è stata la decisione del corpo docente di alcune scuole elementari di adottare addirittura un libro di testo di scrittura inclusiva. Gli insegnanti stessi hanno affermato che non avrebbero mai più chiesto ai propri studenti di rispettare la regola di prevalenza del maschile sul femminile ma, al contrario, avrebbero chiesto agli studenti di declinare l’aggettivo in base al genere del sostantivo più vicino.
La giornalista Titiou Lecoq in un articolo pubblicato su Slate ha raccontato che aveva soli 9 anni quando le venne spiegata la regola dell’accordo grammaticale con una tristissima vignetta che mostrava un tiro alla fune tra bambini e bambine (le ultime in evidente e netto svantaggio) accompagnata dalla frase “Il maschile vince sul femminile”. La Lecoq racconta il suo disagio e il suo disgusto, nonché le reazioni di giubilo dei compagni di classe maschi e di sdegno da parte delle femmine.

La storia del sessismo linguistico.
Cos’ha davvero inventato di nuovo, quindi, quest’agenzia di comunicazione? Anche in Italia, e probabilmente in tutte le nazioni le cui lingue prevedono morfologicamente il genere grammaticale maschile e femminile, il dibattito è in realtà aperto da anni. Il tema del sessismo linguistico, infatti, nasce già negli anni ’60-’70 sebbene solo recentemente ci sia stata maggiore attenzione mediatica sul tema grazie all’attenzione sollevata sul caso da parte delle più alte cariche dello stato. Già nel 1987 Alma Sabatini pubblicava le raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, elencando perlopiù tutte le accortezze di cui anche l’agenzia Mots-Clés si è fatta paladina.
La realtà è che la lingua si è sempre evoluta e continuerà a evolversi insieme alla società che descrive e che racconta: molte mansioni, fino a qualche decennio fa erano esclusivamente riservate al sesso maschile e l’italiano si limitava quindi a esprimerlo linguisticamente. Ma questo non significa che la lingua non possa adattarsi: è proprio a questo che serve la produttività morfologica. Un sistema produttivo permette infatti modificare morfologicamente un suo elemento per esprimere un nuovo significato. Per questo, seguendo le regole morfologiche della lingua italiana, possiamo creare le forme desiderate dei nostri sostantivi e, così come esistevano e continuano ad esistere coppie come cameriere/cameriera, parrucchiere/parrucchiera, ragioniere/ragioniera, così siamo liberi di utilizzare le forme ingegnera, ministra, sindaca, chirurga, per quanto molte di esse ci sembrino brutte e cacofoniche. 
Non sorprende infatti che sempre più persone cerchino conferme sul corretto utilizzo della forma femminile, chiedendo consulenza linguistica alla crusca e scomodando studi etimologici dei termini attestati in letteratura, persino medica a medichessa.

È così importante creare un “nudge linguistico” per la parità di genere?
Per qualcuno sì, tanto da aver addirittura rispolverato la teoria di Sapir-Whorf, secondo la quale la lingua che parliamo ha il potere di plasmare il nostro pensiero. Se la versione forte di questa teoria, ovvero il determinismo linguistico, fosse vera, i parlanti di una lingua che prevede una distinzione grammaticale per i sostantivi maschili e femminili dividerebbero nettamente il mondo in maschi e femmine, etichettandoli come esseri nettamente e radicalmente differenti. Tutto questo sembrerebbe quindi apparentemente risolvibile con la creazione di una forma, ad esempio pronominale, neutra? Evidentemente no, visto che si attesta anche l’esistenza di popolazioni che, pur parlando lingue che prevedano l’uso della forma pronominale neutra, sono caratterizzati da modelli sociali fortemente maschilisti.
 Ha senso quindi tirare in ballo una teoria superata (e ormai dichiarata oggettivamente falsa)? Probabilmente no, se non nella sua forma più debole che, molto più diplomaticamente, afferma che utilizzare una divisione specifica per ogni genere grammaticale contribuirebbe, seppur non determinando un assetto sociale egualitario, a promuoverne l’accettazione facendo apparire ai parlanti tale assetto come naturale. In parole spicciole, dire ministra ci renderebbe coscienti del fatto che sì, una donna può svolgere tale funzione.

Le vere domande a riguardo forse non andrebbero rivolte all’Accademia della Crusca ma a noi stessi. Quanto può essere efficace questo apparente nudge linguistico? Ha senso voler imporre questa regola se il risultato è semplicemente quello di far storcere il naso alla maggioranza e peggiorare la situazione? Non ci si dovrebbe, piuttosto, auspicare che il cambiamento parta dalla società verso il linguaggio e non viceversa?

Per saperne di più.
Su Sapir-Whorf:
Antropologia culturale di E.A. Schultz, R.H. Lavenda. (1999)

Sul linguaggio di genere:
Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole. A cura di  M. S. Sapegno.

Su Alma Sabatini:
https://web.uniroma1.it/fac_smfn/sites/default/files/IlSessismoNellaLinguaItaliana.pdf

http://www.lauradebenedetti.it/index.php?option=com_content&view=article&id=65:alma-sabatini-e-le-sue-raccomandazioni-25-anni-dopo&catid=55&Itemid=490

Sulla grammatica inclusiva:

https://www.internazionale.it/bloc-notes/giulia-zoli/2017/10/31/scrittura-inclusiva-donne-uomini

http://www.ilpost.it/2017/11/12/scrittura-inclusiva-grammatica-francia/

http://www.tempi.it/siamo-fierissim%C2%B7e%C2%B7i-di-aver-pubblicato-il-primo-manuale-scolastico-con-scrittura-inclusiva#.Wgx4BxPWyRs

 

 

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