Il ruolo del caso nell’evoluzione linguisticaTempo di lettura stimato: 5 min.

Spesso la scintilla della ricerca scatta proprio lì dove due mondi si incontrano, dove diversi settori scientifici si avviciano e menti diverse (e brillanti) entrano in sinergia.
Non a caso Nature, una delle più antiche e prestigiose riviste scientifiche al mondo, già nel 2015, dedicava un’edizione speciale all’interdisciplinarità nella ricerca, ribadendo la necessità di abbattere le barriere tra i vari campi di studio.
Ed è proprio da Nature che arriva un recentissimo studio che afferma che dietro l’evoluzione delle lingue potrebbe esserci un fattore molto importante: il caso.

A studiarlo è stato un team di ricerca variopinto formato da Joshua Ploktin, docente di biologia, e Robin Clark, professore di Linguistica, con i relativi dottorandi, tutti provenienti dall’University of Pennsylvania. 

I linguisti storico-comparativi studiano da sempre le varianti diacroniche dello stesso sistema linguistico: registrano i cambiamenti nella lingua e provano a dare una spiegazione razionale. A pensarci bene non è molto diverso da quello che fanno i biologi, studiando il perché alcuni geni cambiano o sono cambiati attraverso le generazioni.

Tutto nasce da un passatempo (un po’ nerd) del biologo Ploktin, che si divertiva su Google’s Ngram Viewer a scoprire la frequenza con cui una o più parole comparivano nel database di Google dei libri pubblicati tra il 1500 e il 2008 (e ovviamente presenti in Google Books).
Dalla sua ricerca (e dall’evidenza filologica) secoli fa, alcune parole della lingua inglese sembravano “dominare” su altre, come ad esempio “clearness” su “clarity”.

La linguistica spesso spiega che questi cambiamenti sono dovuti da una “forza”, che sia essa sociale, culturale o cognitiva. Ma questa spiegazione non soddisfa Ploktin. Se questa “forza”, secondo la norma, spinge i parlanti ad optare per la forma meno marcata (una forma più naturale e basilare della parola), allora come si spiega la “sopravvivenza” di forme irregolari?

La già citata opposizione tra “clearness” e “clarity” ne sarebbe un esempio lampante: tramite derivazione linguistica (ovvero, in morfologia, il processo di formazione di una nuova parola, perlopiù tramite affissazione), è più consueto formare un sostantivo con l’aggiunta di un suffusso nominale ad un aggettivo. (calm + ness = calmness; dark + ness = darkness). Allora perché, nel corso dei secoli, la versione “clarness” non ha avuto la meglio su “clarity”?
È possibile, e questa è l’ipotesi degli studiosi, che alcune forme linguistiche si sviluppino per “puro caso” proprio come avviene in genetica?
Semplificando per i profani come me, la “deriva genetica”, o “genetic drift”, è una componente dell’evoluzione della specie dovuta a fattori casuali. Vale a dire che, mentre la selezione naturale, di norma, vorrebbe che ci fosse la sopravvivenza del più adatto, nella deriva genetica sopravvive in realtà il “più fortunato”.
L’applicazione di un approccio stocastico, utilizzato per lo studio della deriva genetica, ha permesso agli scienziati di sviluppare un modello che fosse in grado di distinguere tra l’influenza del drift e quella della selezione naturale.
Tra i vari fenomeni, lo studio ha indagato quello della forma irregolare dei verbi che, stando alla norma, dovrebbero, nel tempo, convergere verso la forma regolare.
Sebbene molte forme rispettassero la regola generale (smelt è stato superato da smelled; wove da waved etc.), per molte altre il caso rimane aperto.

Certamente, anche per i casi di irregolarità i linguisti e gli psicologi potrebbero avere una spiegazione: i parlanti tenderebbero infatti a usare la forma irregolare perché “suona familiare” in relazione ad altri verbi già esistenti (quit resiste a quitted perché ci ricorda il suono di “hit” e “split”). Robin Clark, infatti, spiega che un verbo potrebbe essere attratto dalla forza gravitazionale di un consistente gruppo di verbi irregolari con cui c’è assonanza, facendo sì che i parlanti lo prediligano alla forma regolare semplicemente perché suona più familiare alle orecchie dei parlanti. (Non è una caso, infatti, che il passato di “dive” è diventato “dove” proprio attorno al ‘900, quando, insieme  alla diffusione delle automobili, si diffondeva anche il verbo “drive/drove”).

Più forte è, invece, l’ipotesi legata allo sviluppo della forma perifrastica del “do”, di cui non c’era traccia prima del 1400. In poche parole, “Do I know”? o “I know not” sarebbero stati semplicemente “I Know?” o “I know not”: il “do” perifrastico non ha alcun significato, allora perché “si è insinuato nell’uso generale inglese del sedicesimo secolo andando a sostituire il vecchio “I know not”?  (Aqueci, 2017).

Se per alcuni linguisti deve essere intervenuta una forza esterna (sconosciuta ad oggi) che ha fatto sì che i parlanti prediligessero la nuova forma, per Ploktin e compagni questa teoria sarebbe vera solo in un secondo stadio. Nella prima fase infatti, ovvero attorno al 1500, lo sviluppo di questa forma perifrastica sarebbe attribuibile alla casualità, mentre solo in un momento successivo, quando dalla forma interrogativa il “do” perifrastico iniziò ad apparire anche in imperative e dichiarative, la sua diffusione potrebbe essere attribuibile ad altri fattori come la consistenza grammaticale o la fluidità cognitiva.

La ricerca ovviamente continua e, per i futuri sviluppi, già si pensa ad ampi corpus di registrazioni, per poter analizzare meglio anche il linguaggio parlato. Un altro campo interessante, sempre secondo gli autori, potrebbero essere l’analisi  dei trend dei nomi più popolari attraverso i secoli.

Questi risultati, in generale, dimostrerebbero  che tentare di opporsi ai cambiamenti linguistici potrebbe a tutti gli effetti essere una battaglia contro i mulini a vento.
Le lingue si sviluppano in un processo di “copia” continuo (e, secondo lo studio, a volte casuale) tra  parlanti. Certamente con i nuovi media la diffusione di forme e termini nuovi viene decisamente accelerato rispetto al passato.

Quindi il processo di sviluppo diacronico è sensibile alle piccole variazioni che, nel lungo termine, possono portare a grandi cambiamenti. Ma non è proprio questa la definizione di evoluzione?

L’articolo citato:

Detecting evolutionary forces in language change

Lettura consigliata:
Why Only Us: Language and Evolution.  Robert C. Berwick & Noam Chomsky

Fonti consultate:

Newberry, M. G., Ahern, C. A., Clark, R., & Plotkin, J. B (2017). Detecting evolutionary forces in language change. Nature, 551, 223. Retrieved from http://dx.doi.org/10.1038/nature24455

 

The Randomness of Language Evolution

Chance plays a role in how language evolves, study finds

Resistance to changes in grammar is futile, say researchers

Semioetica: Lingua, Libertà e Istituzioni. Francesco Aqueci.

Il blog ha uno scopo divulgativo, per questo non utilizza un linguaggio eccessivamente accademico, non può (né vuole) sostituirsi alla lettura dell’articolo pubblicato nella rivista citata.

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