Conlang, l’arte di inventare una lingua.Tempo di lettura stimato: 7 min.

Cos’è che rende così emozionanti e coinvolgenti le nostre serie TV e film fantasy o fantascientifici preferiti? Trame intricate ma internamente coerenti, scenografie iper curate e spesso verosimili, personaggi inventati ma con una personalità e psicologia dettagliate e realistiche.  Insomma, pur trattandosi di scenari fantasy spesso ricerchiamo in essi una coerenza e una credibilità interna.
Ma avete mai fatto caso alle lingue inventate che vengono parlate nei migliori prodotti fantasy, a partire dall’universo di Tolkien fino alle moderne produzioni di Netflix & co.?  Immergendoci nel mondo delle Conlang vedremo come avere una lingua artificiale curata nei dettagli aiuta a rendere il mondo immaginario molto più verosimile.

In questa famosa scena di Star Wars: The Return of the Jedi, Jabba The Hutt tratta con un misterioso cacciatore di taglie presentatosi al suo cospetto per consegnargli Chewbacca. I due iniziano una trattativa sul prezzo del prigioniero, assistiti da C-3PO, droide protocollare che, noto per la sua conoscenza di circa sei milioni di forme di comunicazione, traduce la lingua del cacciatore di taglie, sconosciuta al lumacone alieno.
Un breve estratto del dialogo suona così:

  • Cacciatore di taglie: “Yaté, yaté, yotó”
    (sottotitolo): “I have come for the bounty on this Wookiee”
    (Italiano): “Sono qui per ritirare la taglia per questo Wookiee”
    C-3PO riporta il messaggio in huttese a Jabba, che afferma di essere disposto a pagare 25000 per Chewbacca.
  • Cacciatore di taglie: “Yotó, Yotó. ”
    (sottotitolo): “50000, no less”
    (italiano): “Voglio 50000. Non un soldo di meno.”.

Ora, non sono sicuramente necessarie chissà quali doti linguistiche per comprendere che la strana lingua parlata dallo sconosciuto cacciatore di taglie, l’ubese, non è molto realistica. Citando dai commenti di YouTube, infatti,  qualche spettatore si domanda How can you get “I want 50 thousand, no less” from just “roto roto”?
Ovviamente molti fan tentano una risposta a questo enigma, affermando che l’ubese potrebbe essere una lingua tonale, cosa che spiegherebbe perché la variazione di tono nelle sillabe di una stessa parola potrebbero determinare un significato completamente diverso o denotare l’appartenenza a un’altra categoria grammaticale. Per altri fan, “yotó” significherebbe “Come prima!” e sarebbe stato il prolisso C-3PO ad aver arricchito nella sua traduzione quanto detto dal cacciatore di taglie.

David Peterson e le lingue per Game of Thrones

David J. Peterson, curatore di più di trenta lingue tra cui il Dothraki e l’alto Valyriano della serie “Il Trono di Spade”, cita proprio questo esempio tratto dal Ritorno dello Jedi per iniziare a raccontare l’inizio della sua esperienza di “creatore di lingue”. Guardando la pellicola, all’epoca, Peterson aveva circa 13-14 anni eppure si rese conto che c’era qualcosa che non andava: come può “yotò” significare “questo Wookiee”, “50000” e “Non un soldo di meno” all’interno dello stesso discorso? Pur volendo azzardare teorie su lingue extraterrestri (l’autore afferma che potrebbero esistere lingue le cui parole cambiano di significato all’interno del discorso), c’è da dire che all’orecchio di un ascoltatore attento (ok, e anche un po’ nerd e pedante) questo estratto potrebbe minare la credibilità della scena.

Per molti anni, racconta Peterson, ogni volta in cui si ritrovava a sollevare la questione, i suoi amici si limitavano ad alzare gli occhi al cielo annoiati. Ma con il passare del tempo la situazione è cambiata: un giovane nerd californiano nel 1995 poteva limitarsi a tenere la propria frustrazione linguistica per sé. Nel 2018 (e da molti anni ormai), non è più così. Fandom, blog, gruppi su Facebook, hashtag su Twitter permettono agli appassionati di tutto il mondo di scambiarsi opinioni anche su tematiche così di nicchia. E così David Peterson ha iniziato a creare lingue per divertimento, confrontandosi su blog e community online fino ad arrivare al 2009, anno in cui ha iniziato a farlo a livello professionale. I creatori di Game of Thrones contattarono la Language Creation Society, lanciando un contest per la creazione della lingua Dothraki. La lungimiranza nonché l’accuratezza delle scelte dei curatori di una delle serie TV più famose del mondo è emblematica: all’epoca la creazione di lingue ad hoc per la TV non era ancora presa così sul serio, se si esclude il Klingon di Marc Okrand creato per Star Trek III. Eppure essi compresero che con i cambiamenti avvenuti, soprattutto grazie ai social media, e con la nutrita schiera di fan accaniti dei libri di George R. R. Martin, affascinati dall’accuratezza e dalla verosimiglianza dell’universo fantasy del Trono di Spade, i fan non si sarebbero accontentati di una semplice accozzaglia di sillabe senza senso.

La classificazione delle lingue artificiali

Lessere umano si è da sempre cimentato con l’invenzione e la creazione delle lingue. Sebbene siano venute alla ribalta proprio grazie a serie TV e mondi fantasy in generale, le lingue artificiali esistono in realtà da secoli e vengono create per svariate funzioni e scopi.  In particolare, in relazione agli scopi per i quali sono state ideate, si distinguono in:

  • Lingue ausiliarie:   vengono create per ovviare alle difficoltà interlinguistiche, affinché i parlanti che non condividono nessuna lingua possano comunicare tramite lingue non naturali, apprese come L2, (es. Esperanto, Volapük, Interlingua, Glosa…);
  • Lingue logiche/filosofiche: sono lingue artificiali create appositamente per riflessioni metalinguistiche. filosofiche o scientifiche. Molti glottoteti/glossopoieti (i.e. inventori di lingue) si avvalsero di lingue logiche per avvalorare le proprie tesi in supporto della teoria di Sapir-Whorf. Ad esempio, James Cooke Brown, nel 1955, creò la loglang  con lo scopo di creare un prodotto linguistico con caratteristiche di logicità talmente elevate rispetto alle lingue naturali che “avrebbero spinto il parlante a pensare in modo più diverso e logico“;
  • Lingue artistiche, o artlang, sono invece proprio quelle lingue create affinché un mondo immaginario abbia maggiore credibilità, profondità e plausibilità, come avviene con le conlang.

Possiamo, inoltre, dividere le lingue artificiali in a priori o a posteriori: le prime sono lingue la cui grammatica e il cui lessico vengono creati appositamente, “dal nulla”; le seconde sono invece le lingue dove grammatica e vocaboli sono frutto della derivazione da una o più lingue naturali e godono quindi di un ricco sostrato.

Doppia Articolazione e Conlang

La differenza tra lingue artificiali a priori e a posteriori è perfetta per sottolineare la natura delle lingue artificiali create da inventori di lingue della mole di Peterson. Tale differenza si basa infatti perlopiù sulla proprietà di Doppia Articolazione delle lingue naturali, un concetto linguistico che si concentra sulle proprietà del significante di un segno linguistico.
Il significante risulta essere scomponibile in due livelli: un livello di prima articolazione, ovvero unità portatrici di significato (morfemi), che vengono riutilizzate per formare altri segni, e un livello di seconda articolazione formata da unità minime non dotate di significato (fonemi).
Questi due livelli di articolazione costituiscono la base della produttività e dell’economicità del linguaggio. Con pochi fonemi costruiamo dei morfemi con i quali, a loro volta, creiamo dei lessemi con i quali è possibile creare le infinite combinazioni linguistiche che caratterizzano le nostre lingue.  Caratteristica fondamentale dei morfemi di una lingua “a posteriori” è quella di possedere un forte sostrato presente nella competenza dei parlanti, sostrato che ovviamente manca nelle lingue “a priori”, essendo esse inventate di sana pianta per gli scopi di cui abbiamo parlato poco fa.
È proprio la necessità di sopperire a questa mancanza a rendere il lavoro degli inventori delle lingue artistiche così complesso e articolato: come lo stesso Peterson racconta nel suo libro, è necessario creare un sistema complesso per far sì che la lingua inventata “suoni” realistica all’orecchio dell’ascoltatore.

La cura maniacale e l’amore per la linguistica

Una cura meticolosa degli aspetti morfologici, senza dubbio, ma anche fonetici e ortografici che richiedono un amore, una passione e forse anche una predisposizione innata per lingue e linguistica. Non a caso J. R. R. Tolkien, padre oltre che dell’universo, anche delle lingue dalla Terra di Mezzo, oltre che scrittore, fu anche (e soprattutto) filologo e linguista, amante e studioso della lingua anglosassone.
E questo amore traspare nelle parole di una delle sue lettere raccolte ne: “La realtà in trasparenza”, in cui si comprende che le lingue inventate da Tolkien non sono al servizio della narrazione ma è esattamente il contrario: sono infatti gli scenari inventati ad essere essere stato creati a servizio delle lingue create, al fine di dar loro una collocazione o un mondo in cui esistere, per quanto fittizia esso fosse.

“Nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero”

E noi gli crediamo.

Approfondimenti sulle Conlang

Su Youtube è disponibile una serie di video in cui l’autore, con brevi pillole, racconta come si curano tutti questi aspetti per plasmare una lingua artificiale, artistica, a priori il più verosimile e credibile possibile.

Gli stessi consigli sono raccolti in maniera più approfondita nel libro “The Art of Language Invention“, con tanto di Case Study sul Dothraki, l’Irathient, l’Alto Valyriano e tanto altro.

Inoltre il fenomeno dell’invenzione delle lingue viene raccontato nel documentario “Conlanging, The Film“.

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